Effetti del sonno criogenico sulle storie d'amore - Marvis LabL

Effetti del sonno criogenico sulle storie d’amore

L’ottavo pezzo
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io n'esco
IO N’ESCO
6 settembre 2017
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Il Dottor Zivago ha la potenza epica di Via col Vento: esalta gli individui nel contesto imbruttito di una guerra civile, ma dove la seconda pellicola glorifica una certa americanità, la spigliata aggressività sentimentale di Scarlett e Rhett, il capolavoro di Lean orna i protagonisti di un’umanità tragica sullo sfondo rigido della russità rivoluzionaria. Se Via col Vento è un ampio affresco fiammingo, nel quale trama e ordito s’infittiscono attorno a Tara e alla doppia-coppia che ci orbita dentro, Zivago e Lara ti piombano in faccia come in un bassorilievo traiano. Le loro vite, la lunga tiritera erotica, gli inciuci, i capricciosi imprevisti (adoro la scena dell’autobus – un incontro mancato in una tela di De Chirico), sono un insulto al sistema che la Rivoluzione ha messo in piedi, dai cocci e sono destinati a esserne spazzati via; nessuna intraprendenza guascone riuscirà a ribaltarne le sorti, Yuri non spezzerà il blocco e Lara non farà carriera letto dopo letto. Se Fleming (vabbè Selznick e la Metro) poteva contare su un’intera nazione entusiasta, affamata di mitologia americana, conservatrice e patriottica, pronta a fare il culo al mondo (“Guerra, guerra, guerra!”), David Lean dovette scontrarsi con uno Stato di gomma (e nemico) che osteggiò in concreto in tutto e per tutto il film come il romanzo – non m’interessa parlare di Pasternak e del regime comunista, presto questa piccola introduzione vi porterà in un’altra direzione. Il problema è che il regista riuscì comunque a costruire un contenitore perfettamente russo per un film anti-sovietico. Da piccolo (mica guardavo solo gli horror e comunque questo film aveva una trama noiosissima, sbaciucchiosa, slacrimevole) leggevo URSS e pensavo alle montagne innevate, ai trenini del Bernina su e giù dagli Urali, la slitta di Babbo Natale (da noi viene Santa Lucia – Babbo Natale è già un concetto piuttosto esotico per la mia infanzia) scricchiola nelle lande permafrost tra una città comunista bianca e una rossa, altro che Balto. Io avevo capito solo che: in URSS faceva freddo, Ivan Drago era un mezzo robot (ma Sting confermava i figli come prodotti naturali), gli scienziati s’impegnavano a costruire armi pericolose, la gente andava in giro poveraccia, anche quella che stava bene prima, tipo i dottori, che negli 80, dalle mie parti, erano ricchissimi. Ma soprattutto l’URSS, grazie a questo film, era il posto con il Palazzo di Ghiaccio a Varykino – immaginario condiviso con le Millenial via Frozen, presumo. La scena con Lara e Yuri che esplorano la casa di the Day after Tomorrow, il palazzo di cristallo di Superman è una meraviglia psicocriminale, una perla del cinema soprannaturale senza spettri, senza salti-sulla-poltrona, esangue e romantica come un vampiro addormentato; sono loro i fantasmi e si perseguiteranno a vicenda per il resto del film. Ancora meglio i particolari innevati delle cupole a cipolla brinati come Plutone, le sfere armillari-architettoniche dell’estinzione dei dinosauri. Quindi, che odore possiede quella vecchia casa surgelata, tutta quella neve, tutti quei ricordi nel cassetto-quattro-stelle? E’ ancora il loro profumo?

Ernest Beaux era nato a Mosca in una famiglia francese impiegata alla Rallet, un impero multinazionale che confezionava i profumi per i Romanov, per il loro impero multinazionale e per il resto dell’Europa: naso talentuoso, giovanissimo, creò alcune fragranze di estremo successo allora, dopo essersi fatto strada a forza di mouillettes. Ritornò in Francia in elmetto e moschetto, fu raggiunto dalla moglie (quasi ex) e dal figlio fuggiti dalla Rivoluzione via nave e da tutta l’azienda per la quale lavorava che, in pratica, era emigrata in Francia (ok, la cosa è stata più complicata di così, ma sorvoliamo). Si sa che i comunisti puzzano se non si dà loro l’alternativa a mettersi robe tipo “Bouquet de Catherine” o “Eau de l’Impératrice”, o perlomeno cambiando quei nomi vetusti in cose tipo Krasnaya Moskva (Mosca Rossa – uno dei best seller in profumeria), senza alterarne tra l’altro il contenuto. In Francia, tra Parigi e Nizza, Ernest si arrangiò cercando di captare i trend di mercato fra gli autoctoni proustiani e la folla di immigrati russi con i diamanti cuciti nei risvolti. Nel 1921 gli fu data l’occasione di presentare certe sue creazioni olfattive a una sarta scapestrata che non sapeva cosa regalare a Natale alle sue clienti. Beaux aveva portato con sé una palette di profumi già completi, inventati e ispirati in/dalla Russia. Coco scelse il campione col numero 5.

C’è tutta una mitologia marketing legata a Chanel No. 5 che espropria l’idea originale per omaggiare Coco stessa (che per inciso ha guadagnato più con i profumi, dei quali non s’interessava, che con gli abiti), certo, geniali sono certe trovate per legare le due icone, per creare un prodotto di bellezza assolutamente modernissimo per il periodo (packaging, titolo, contenuto) e farlo durare negli anni. Ma sappiatelo: Chanel prima di Lagerfeld era sul baratro nonostante il trucco pubblicitario della Monroe blablabla a letto e le altre creazioni pregevoli della divisione profumi: una casa di moda che aveva retto al limite senza ammodernarsi, in cinquant’anni di idee riciclate e di concetti datati. Ma No. 5 sfavillava, attraversando luminoso il Novecento, secolarizzandosi nel profumo-da-signora per antonomasia, soprattutto (ricordate Marylin?) negli Stati Uniti che erano orfani e digiuni di gusto dai tempi di Gatsby.

Ernest Beaux confessò che l’ispirazione principale per quel campione erano “il freddo e la neve”, la maniera criogenetica con la quale i profumi riverberano durante il gelido ralenti solare oltre il Circolo Polare (dove aveva preso servizio durante la Grande Guerra). No. 5 era stato creato mentalmente in Russia, in una società crepata per il freddo e per l’armageddon (alle porte) del tracollo zarista, circa il nadir di una bella estate in Riviera 1920 con la sarta scapestrata e i nostalgici esuli in alessandrite. La composizione si incardina su tre vertici: la rosa+gelsomino+ylang, un muschio cordiale e violento come uno “shottino e poi un altro” e le aldeidi. Ernest Beaux non fu ovviamente il primo a usarne, tantissime fragranze contenevano queste molecole, gloriosamente chimiche, tantissimi ingredienti aromatici erano già prodotti industriali: era un periodo nel quale bastava spostare un carbonio nella nitroglicerina e ottenevi un nitromusco selvatico e affascinante. E’ vero che spesso i componenti chimici non venivano pubblicizzati granché (come ora d’altronde: le quantità di naturali usate sono imbarazzanti, non siate ingenui), perché fare un profumo è principalmente fare qualcosa senza contorni, fatto di marketing e di suggestioni – stai producendo un bene di lusso per chi non sa un tubo dell’olfatto e degli odori e del valore. Metti una tastiera e premi su grand piano sperando che Fausto non se ne accorga. Le aldeidi sono una roba complicata e chimicissima, ce ne sono tantissime, calde, fredde: l’arte è combinarle; spesso hanno un aroma seminaturale (ecco l’imbroglio – la pesca in Mitsouko), altri sono come il nylon o la plastica al sole, altri ancora sono metallici e cerebrali, una saponetta idealizzata. Beaux abusò di aldeidi nella composizione, a livello teorico producendo un bolide futurista, una teca di vetro contenente l’accordo floreale e naturalissimo della rosa e del gelsomino di Grasse, traslata dall’ylang grasso e tropicale che mima l’ineffabile gardenia (il Fiore degli Anni Venti). E’ stupefacente rivedere e riconsiderare No. 5 alla luce di quanto confessato dall’autore: in realtà è una composizione pensata per richiamare il permafrost, la neve, la natura addormentata; una casa gelata nelle steppe, glassata di cristalli e ghiaccioli, un bianco/nero da teatrino vuoto che accoglie gli unici spettri viventi in giro: Omar e Julie, attirati là dal calore che li unisce. Come quando, in emergenza, si mettono nel congelatore i cibi il giorno prima della loro scadenza con l’illusione di salvarli dall’eternità, che mantengono il loro gusto fragrante, il loro amore sospeso. L’unica maniera per resistere al viaggio verso un pianeta lontanuccio; d’altronde la più semplice tra le aldeidi è la formaldeide.

Io non porto mai No. 5 e lo consiglio solo se avete una storia da raccontarci attorno, anche inventata. Sono un comunista vecchio stampo: certe cose che diventano icone del lusso facile mi ripugnano, cambiategli nome, chiamatelo “Glasnost” o “Varykino”. Tanto anche il set di quel palazzo fu costruito in Spagna, no? La Russia è negli occhi di chi guarda.

Colonna sonora: Kate Bush in Wuthering Heights

Abbinamenti: Stracotti, accompagnati con pane freschissimo e croccante, anche di domenica

Occasione: Durante i decolli o sfilando per I Pari Diritti

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Fausto Bosio
Fausto Bosio, classe 77, bresciano, impiegato nerd. Interessato alla lettura, quarantanni di inediti ai quali rimediare; fondatore e teorico del faustismo: il più breve, sfortunato, totalitarismo culturale individuale della storia. (Enciclopedia Galattica, vol. 6, sez. 9)