Il canarino mannaro di Rodeo Drive - Marvis LabL
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I Novanta avevano l’henné e le insalatone, ma gli Ottanta, pare, (Geometria Sartoriale vol. 3) il trapezio delle spalline sul quale, mi pare, dondolava a strisce gialle bianche il canarino mannaro di Giorgio di Beverly Hills.

Prima che diventasse l’emblema bianco assoluto del lusso piallato via dal viso di Tori Spelling o la scalata frontale sullo scavezzacollo Perry, aggrottato in una copertina di Cioè, Beverly Hills era in effetti il posto più esclusivo d’America e produceva lusso in stucchi e dorature, portefinestre come vetrine e tutti i costumi di scena di Alexis Colby, con la frangia pettinata a pettine.
Figlio sciagurato di quegli abissi edonistici e giardini rapati in plastica, Giorgio di Beverly Hills nacque per dar lustro olfattivo a un sarto di moda, che squadrava gli abiti dei ricconi in boutique apriche con scale a chiocciola di marmo e ficus in un angolo e tendoni parasole, per l’appunto, bianchi e crema.
Rodeo Drive, all’ombra delle palme.

Non dubito delle buone intenzioni, mai: il progetto del profumo era quello di distillare un raggio di sole catturato probabilmente da un pendente d’oro all’orecchio di qualche celebrità patinata, chiccosissima allora, rivalutata e catalogata nella nicchia “camp” ora, dopo la lenta detersione dei Novanta che l’aveva esiliata nel “trashy kitten kitsch”, ammorbidendo la solarità spensieratissima di una nota floreale-ambrata (poche aldeidi, parecchio cellophane) con il megafono gracchiante di una tuberosa al napalm + un eterno retrogusto tutti-frutti innaturale che solo i chewing-gum di quegli anni possedevano (le big babol blu, I suppose).
Ancora oggi, dopo tentativi di riformulazione, di impoverimento, detiene una durata e un volume primatisti: gigantesche le tuberose artificiali e la gomma zuccherina basta a forare di carie i denti nasali; le froge, rifattissime, in stile, si trasformano in passamanerie dorate, un aerosol di opulenza eighties, quando anche un’aggiustatina alla dentiera olfattiva o alle tette mentali costava meno di spazzolarsele con una creazione rigorosa e concettuale della profumeria classica dei seventies perdues.
All’uscita fu il precursore di tutte quelle bombe spray che terrorizzano nipotini e fratellini negli abbracci in paillettes (Poison, Diva, Coco… can you hear me?).

Credo che ognuno abbia sentito l’alito di questa bestia (o intravisto l’ampolla sagomata sulla toilette di qualche zia col visone e le sopracciglia alte senza aver connesso), verso il finire degli Ottanta stessi, quando precipitato dall’empireo, anche Giorgio di Beverly Hills annaspò, col tester al guinzaglio sulla porta, fra i cestoni delle profumerie a prezzi stracciati, dopo la fanfara da haute-couture d’importazione che aveva battezzato il suo frizzante, champagnoso esordio.
Anche la casa di moda, decaduta, è divenuto l’emblema di un made-in-usa alla Dinasty che non aveva senso di esistere al di fuori di un giardinetto rapato da filippini messicani. Questo profumo divenne purtroppo disponibile a tutti, come adesso un’edizione di Licia Troisi al supermercato o un cofanetto di Fantaghirò 1-6 nelle offertone con The Mask 2. Le amichette lo amavano, se lo chiedevano l’un l’altra, faccette, fard, retoriche come paninare, fingendo di non riconoscerlo: “È buonissimo”, “Ah, a te sta benissimo”, “Mi fa morire, lo porta anche mia zia ricca”, dicevano, difese dal fatto che il loro naso si era spento (succede anche ai migliori) per non far crepare il cervello, in coma diabetico.
Gira la leggenda che negli States fosse vietato portarlo nei ristoranti, per non disturbare i lontani dal tavolo e non far fuggire le aragoste ammanettate o il caviale gorbacioviano – i vicini tenuti a distanza da pellicce e spalline, nessuno era realmente vicino in quegli anni.
Ah, il fondo di verità di tutte le storielle: è tutto credibilissimo, sarebbe stato come vietare di portare un orango tango al guinzaglio di gelsomini/ylang ylang/tuberose dicendo “Ha un po’ fame, ma poca, pochissima. Ne ha uno anche mia zia ricca…”

Ha un potere di diffusione tale da verniciare di fuxia (il suo colore mentale) intere stanze: lo ammetto, io, che l’ho comprato con la faccia storta, giusto per averlo, giusto come ouija per la defunta zia ricca, se lo indosso lo centellino, per quanto posso dato che è spray, in dosi omeopatiche.
Non ho problemi a mettermi profumi femminili, se ho barba e petto villoso esposti, ma non voglio sembrare ridicolo: ormai Giorgio di Beverly Hills lo indossano solo le poveracce in cassa nei discount, alle quali mia zia ricca non ha lasciato altro se non un adagio in strass da sfoderare una tantum “Non ho i soldi di Alexis, sennò avrebbero sparato anche a me”.
Alla cassa, la cassiera col cerchietto, bip, saluta, assorta, bip, guarda obliquo, bip, bip, avrà la mia età, bip. Sospira, bip, non sa perché, bip. Io sì.

 

Colonna sonora: Tori Amos in Glory of the 80’s.

Abbinamenti: Frizzy Pazzy, Cornetto panna e fragola (con gomma gelata sul fondo), Cocktail Rossini.

Occasione: scendendo a tacchi a spillo una scalinata a chiocciola.

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Fausto Bosio
Fausto Bosio, classe 77, bresciano, impiegato nerd. Interessato alla lettura, quarantanni di inediti ai quali rimediare; fondatore e teorico del faustismo: il più breve, sfortunato, totalitarismo culturale individuale della storia. (Enciclopedia Galattica, vol. 6, sez. 9)