Loving the alien - Marvis LabL
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L’odore della luna è quello della polvere da sparo, ce lo immaginavamo da qui e la NASA conferma. Lo spazio tra le stelline, invece, pare profumi di carne alla brace, di bacon per essere precisi: per gli astronauti big-americas che hanno annusato tutte le guaine e i portelloni socchiusi o le ascelle delle loro formidabili tute in lavanderia, sarà stato come sentirsi a casa. Ho sempre creduto che anche lo spazio sentisse di minerale, l’odore acrobata (in equilibrio esplosivo, intendo) delle micce o di quando aspiri da un telecomando vecchiotto, ciucciandolo da dove spara i suoi raggi omega verso una puntata dei Chips o di Alvin & The Chipmunks, insomma che sentisse di Terre d’Hermès a fine turno, come il plenilunio, come un bersaglio usato. Una grossa delusione. A proposito di delusione: Ridley Scott, dopo aver sfornato i capolavori che sappiamo, dopo aver tatuato nella storia dell’immaginario fantascientifico i concetti di “mostro a bordo” e “meta-metropoli cosmopolita” – e per inciso nel campo sociologico quello di “donne con le palle in coppia/rasate” -, dopo aver sposato Giannina Facio, ha diretto recentemente qualche filmetto stanco di contenuti, remake-reboot-resequel dei suoi juvenilia, per modo di dire, robe che, al loro confronto, traballano. Volevo proprio parlare di Alien (ovviamente quello di Scott, non quello di Thierry Muegler) da un punto di vista cineolfattivo.

Avete tutti visto questo film e se non l’avete fatto avrete sicuramente i passaggi più iconici stampati nel cervello. Io me lo sono gustato qualche settimana fa, su qualche canale attorno al trenta, tra i body bizarre e gli eterni misteri svelati di Dmax (una sistemazione antennica profetica): è stato esattamente potente come la prima volta. Una sferragliante astronave intubata come un beaubourg spaziale, la richiesta di aiuto, gli ovuli, la cenetta in bianco/rosso, Jonesy-qui-bello, la caccia, Ash, i predatori che diventano prede, il blablabla. I temi affrontati nel film erano roba risaputa dai tempi dei baccelloni de L’Invasione degli Ultracorpi, mediata attraverso Terrore dallo Spazio di Bava e soprattutto dal supremo Lo Squalo, padre di tutte le creature sganasciate onnipotenti; gli sceneggiatori shakerarono il tutto con qualche notevole idea kubrickiana e genialmente furono lasciati in mano a H. R.Giger/Rambaldi gli effetti speciali legati alla creatura e alcune scenografie. Il risultato è uno di quei capolavori del cinema che ti inchiodano a terra, elettrochoccato e trafitto da un raggio violetto divino che squarcia le nubi, mentre ricevi i morse dell’Arte attraverso il filo, a morsi. Ed è tutto talmente coinvolgente e tangibile che lo spettatore viene risucchiato con tutti i cinque sensi nella storia (le sigarette, le insalatone, il sudore, la sirena dell’autodistruzione, le silhouette nere, le catene che tintinnano, l’odore del mercuro-cromo e didisinfettante, le mutandine molli non proprio freschissime). Cotillon goes to the movies vorrebbe parlarvi degli odori del film. Avrei voluto scegliere tre fragranze per tre paradigmi, vedrete quali, ma poi ho pensato che una, sola e trina, vedrete come, fosse sufficiente; un profumo piuttosto di nicchia, e che adoro, del quale parlo spesso e del quale si è parlato moltissimo all’uscita, in certi ambientini da Marais.

Nei primi anni Duemila si sono moltiplicate come funghi le produzioni cosidette “artistiche”, “di nicchia”, ogni paesello apriva i battenti di un bugigattolo parecchio oscuro, con qualche parte scintillante, accalappia-poveri facoltosi, dove un’ex attrice, un’ex estetista o ex commessa di mezz’età gestiva una Profumeria di Nicchia, una specie di Camera del Tesoro per allocchi (io per primo) che prometteva di vendere creazioni di marche sconosciute, con la garanzia di uscirne con capolavori indiscussi, artigianali, moderni e raffinati. Non voglio dilungarmi su questo periodo nefasto (farò un articolo sull’argomento) per le mie finanze e il mio stardelcredere. Uno dei marchi di rottura del periodo (2006) fu il parigino Etat Libre d’Orange; uno dei suoi primi prodotti fu Secretions Magnifiques (di Antoine Lie). Etat Libre d’Orange è adorabile, le sue prime creazioni sono emblematiche, rompono gli schemi, i profumi sono belli, onesti, ognuno è pop e ironico, i nasi assunti sbizzarriti ed eclettici – vi cito i nomi dei profumi perché ve ne facciate un’idea: “Putain de Palais”, “Rien”, “Don’t get me wrong: I don’t swallow”, “Tom of Finland”,“Vraie blonde”, “Charognes”, “Eloge du traite”, “Bubblegum & encens”, “Fat electrician”, ecc. Il più sovversivo fu proprio Secretions Magnifiques, titolo e packaging piuttosto espliciti sul contenuto o sull’idea di fondo (un cazzetto spruzzante – non scherzo).

Che c’azzecca tutto ciò con Alien?, chiederete. Vi sarà dato. Torniamo al film. Ci sono tre paradigmi di “estraneità” nella pellicola, tre diverse sfumature di “alienità”, tutte inquietanti, morbose e sottilmente sessuali, anche il profumo è costruito su tre accordi principali: disturbanti e carnali, quasi tre puzze di per sé, dichiaratissime anche nei bugiardini del marketing e nel materiale promozionale.

Lo Xenomorfo: a lui dedico il vituperato “accordo sperma-saliva-sangue” che dà anima a Secretions. La base è il sale e l’effetto è pungente, qualcosa che sta all’ammoniaca come gli stracci bagnati, lasciati bagnati, stanno alla fatica della pulizia, un aroma medico, quasi di malattia in via di guarigione, l’odore dei cerotti di quando eravamo bambini e la vaga impressione al malto che hanno i bambini quando sudano senza puzzare, l’effetto è quello del sangue: ramato e viscoso; l’ennesima potenza della nota “metallica” presente nei freschi da uomo che tutti hanno esposti in bagno. Però l’effetto è trasparente, l’alieno sbava fiumi, non si fa in tempo ad abituarsi, i suoi attacchi sono sempre fallici, la sua stessa forma lo è, i suoi baci e le sue scodinzolate sono stupri orali e no. Nonostante Antoine Lie avesse presente il corpo umano, le sue secrezioni, questo accordo non lo è: non diventa stantio, non decade, resta gorgogliante. L’alieno è imbattibile.

La Nostromo: uno dei personaggi più odiosi della fantascienza è Mater. L’equipaggio crede che sia una macchina reticente, un cervellone, invece… è proprio questo. A differenza del nonno Hal 9000, Mater resta di ferro fino all’ultimo, fino alla nenia finale e a quella sequenza complicatissima e schifosamente manuale della disattivazione dell’autodistruzione. L’umanità è tutta simbolica, crudele e agghiacciante: in quei getti di vapore (inutili immagino) che creano solo scompiglio e nascondigli per il mostro, quelle sirene e quei faretti rotanti. Secretions Magnifiques ha una bomba nucleare di ozono (l’esplosione più forte e catarchica della fantascienza nel finale), la molecola Azurone (onestamente dichiarata in piramide) che lo rende il meno acquatico dei marini, un acro sentore di alghe asciutte e vizze, un attimo prima che si scateni il diluvio, quando ancora si crepa di caldo e c’è il vapore tra la sabbia e i nostri occhietti. L’odore della digestione a freddo dei frigoriferi o delle culle criogeniche che sono l’unico gelido abbraccio che Mater dedica alla carne cruda per il pasto del mostro. Quando leggo odore di paura, di adrenalina, il mio naso si immagina questo: metallo urlante, evaporato, una pastamatic simac brandizzata Weyland-Yutani che si risveglia qualche minuto prima dei figli per svegliarli col rancore di una madre già stanca alle otto.

Ash: una delle più belle invenzioni e dei più sgradevoli colpi di scena del film. Direttamente figlio di Mater (ancora ripieno di latte e di tubicini ombelicali), cinico come un programma in turbopascal lanciato, bianco su nero, eppure umanissimo. Ammiriamone la purezza, come lui fa col coso. A lui si accorda l’aroma “buono”, tradizionale di Secretions: un cremoso floreale cerebrale fatto di burro d’iris (non vi ho mai detto che fra tutti i fiori, l’iris è quello più teorico visto che il profumo deriva dal suo rizoma bulboso e non dal suo aspetto renziano?), un cosmetico latteo e cipriato che ammorbidirebbe anche il rasoio degli altri due accordi, se volesse, ma lui non vuole, lui è complice, lui è il mandante. Un altro appunto personale: quanto deve Hopkins’ Hannibal Lecter all’interpretazione meccanica, fatalistica del rapatissimo Holm?

Detto questo, capirete che porto Secretions con moderazione, ho colleghe che lo odiano e misteriosamente, per me, capiscono subito di che tema tratta: il sesso fatto, è un profumo che fa incazzare perché oltre tutto è di una potenza malevola e una scia agghiacciante, dopo ore, domato, è quasi comprensibile. Ma d’altronde se Alien non fosse clinico e splatter sarebbe meno vitale e Sigourney non godrebbe tanto azionando i propulsori nell’esecuzione finale. Pure i profumi a volte sono un’arma e se è vero che nello spazio non si sentono le urla, pare appurato che si senta odore di carne alla brace.

Colonna sonora: Anna Oxa in Fatelo con me

Abbinamenti: Sushi/sashimi, Bistecca alla tartara, Ostriche e patatine

Occasione: In attesa al Pronto Soccorso, seduti e ammanettati, scortati da almeno due psicopoliziotti

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Fausto Bosio
Fausto Bosio, classe 77, bresciano, impiegato nerd. Interessato alla lettura, quarantanni di inediti ai quali rimediare; fondatore e teorico del faustismo: il più breve, sfortunato, totalitarismo culturale individuale della storia. (Enciclopedia Galattica, vol. 6, sez. 9)