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Esistono sublimi eccezioni subluminali alla legge della conservazione della massa, se non fosse vero non avremmo deliziose flotte di astronavi di ceramica che graffiano il buio galattico, con le loro leziose scie a impulso hawking, tra le pagine dei nostri libri Urania. Ed io sono convintissimo che quello che succede nei libri sia più buono e giusto di otto polverose ore in ufficio che riescono a malapena a sbeccare l’orlo del mio sovrappensiero. Ci sono prove molto più tangibili, certo, di imbrogli al citato dogma, in barba a Lavoisier e Einstein e alle otto ore.

Se la Caputi ha ragione una di queste eccezioni riguarda gli abissi tra narrativa e letteratura. Non possiamo credere che le stesse parole abbiano la stessa massa, che esse compaiano nella lista della spesa, nella saga di Twilight, sulle labbra di Bette Davis o scritte in bocca alla Cugina Bette, con lo stesso gradiente di valore e peso distribuito nelle letterine. L’artista ci chiude dentro altra roba, aumenta l’energia e ci spalanca dentro la velocità del pensiero e l’entropia cardiaca, nonostante le parole siano le solite: cancelletti in garamond corpo 11 con il gatto della letteratura vivo-morto in esse, illeso o stramazzato – chi può dirlo, ladies and gentlemen? L’artista riempie il loro vuoto, le sovraccarica, rimpolpa lo scheletro del quale la democrazia del linguaggio (e una notevole, recentissima,diffusione social) le ha dotate perché stiano uguali in un ringraziamento della Streep e in tweet di Trump.

Ma non è neppure questa l’anomalia sulla quale concentrarsi in una rubrica che si chiama Cotillon, no? Nel 1918, mentre l’Europa inzuppava la Belle Epoque nella polvere a cucchiaiate, Jacques Guerlain faceva una cosa simile nella profumeria, creando letteratura. Chypre di Coty era uscito nel ’17, boom di ascolti, benedicendo un’idea galattica e introducendo un nuovo paradigma odorifero. Platone aveva un nuova creaturina per il suo teatrino d’ombre: il genere, appunto, chypré, dal quale nei decenni successivi sono germogliate cosine di tutto rispetto: in effetti Coty aveva creato un vaso perfetto, un esoscheletro sfaccettato, imbottigliato e venduto, con successo, nudo e crudo. Chypré è una parola nuova, l’accordo è geniale: un triangolo tra bergamotto (l’aguzzino fra tutte le essenze, l’agrume glaciale di credersi un fiore), gelsomino (la verginella ingabbiata alle nostre siepi) e il musco di quercia (che è l’incantesimo e il deliquio fra i due estremi – vegetale/animale). Il brutalismo erotico (venereo) dell’invenzione di Coty prese a sberle i buontemponi degli anni Dieci e fu un cult. Riannusandolo ora, che è introvabile, si riscopre la rigidità lussuosa e deco del periodo. Ecco, Jacques Guerlain, due anni dopo, prese quell’idea e le diede spessore, riempiendo gli orli agrumati-muscosi di Chypre con un combo da battaglia: un ulteriore accordo pesca-garofano-iris-guerlinade da manuale. Il garofano ha la rigidità dentistica di una Rottermeier un po’ morbosa (gonne inamidate e velvet goldmine sotto), l’iris trasforma in un bacio adamantino violetto anche un colpo di bacchetta dato dalla maestrina severa, la guerlinade è la firma stilistica di casa Guerlain (un compostino di vaniglia, erbe, rosa, iris again) che dà un’eco simile a tutte le creazioni della casa, un gustino da lemon pie di lusso. Ok, non spaventatevi, il risultato è rotondo e corposo, non baderete alle singole sfaccettature a naso, capita con le grandi creazioni della tradizione, forse il termine più coerente è “opalescenze olfattive”. Guerlain battezzò la creatura Mitsouko: allora un certo esotismo pucciniano era nell’aria, il nome significa Mistero in Giapponese, era il nome della protagonista pucciniana di un romanzo (La Bataille), ricordato ora solo per quest’eredità, che era en vogue allora a Parigi; l’idea era quella di una femminilità austera, orientale, ma strapazzata come un garofano sotto il severo contorno del kimono rosa, una geisha a braccio-di-ferro, un’attesa combattiva che glorificava le mogli francesi che avevano aspettato i propri ufficiali dal fronte, ma col manicotto di visoncino. Guerlain ha infornato un capolavoro in una tortiera a forma di missile che gli aveva fabbricato Coty, insomma; ha usato la stessa parola, ci ha versato (per primo) tutta la pesca che la sua “palette” di aromachimici sintetici rendeva disponibili, del garofano e le altre cose sontuose, ha rinchiuso il tutto e l’ha rivenduta con la stessa parola: oggi il punto luce degli chypré è Mitsouko, non più Chypre, la massa è misteriosamente lievitata, per esplorare nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima.

Oggi trovate Mitsouko ovunque, provatelo, scevri dal preconcetto che lega i “grand parfums” alla “vecchia signora” che non interpreterete mai meglio di loro: vi verranno in mente lacca, mezziguanti e colli di pelliccia, ecco andate oltre, provatelo come qualcosa di nuovo, esploratelo e dategli tempo: è una creazione androgina e muscolare, non passerete inosservati neanche in ufficio, otto ore, che siate samurai o geishe, sarete un haiku di Guerlain, avrete più massa che sostanza. Esattamente come, in misteriosa deroga alla legge della conservazione della massa, capitava che il corpo robotico di Venus in Mazinga ospitasse spazio per un numero indefinito di tette-razzi fotonici che non avrebbero comunque scalfito né il mostro in agguato né otto ore in ufficio, tutti i giorni, se non ci fosse stata già allora un’altra vita inscatolata fra prima e quarta di copertina.

 

Colonna sonora: Nico in All Tomorrow’s parties

Abbinamenti: Cacciagione, Crepe Suzette, Formaggi stagionati

Occasione: Nei momenti di sconforto o ai funerali dei nemici

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Fausto Bosio
Fausto Bosio, classe 77, bresciano, impiegato nerd. Interessato alla lettura, quarantanni di inediti ai quali rimediare; fondatore e teorico del faustismo: il più breve, sfortunato, totalitarismo culturale individuale della storia. (Enciclopedia Galattica, vol. 6, sez. 9)