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Antonella de Bonis I Club svizzeri

© Antonella De Bonis

Al mio pensiero la Svizzera sembra un posto strano e, questo, fondamentalmente perché non lo conosco. Non conosco proprio nulla della sua geografia né della sua composizione culturale interna che è risaputamene composta di parte italiana, francese, tedesca e pure qualche mescolanza tra tutte. I patrizi sono rimasti in pochissimi, ho imparato in quei giorni trascorsi lì: sono gli svizzeri da 7 generazioni.

Si parte per la trasferta, mi tocca: un canavaccio di contatti stampata su A3 e appuntamenti, con il resto da costruire in itinere. Fiat Panda grigia, scatolone coi cataloghi e il listino prezzi, 3 campioni di finestre nel sedile posteriore. Valigia e portatile nel bagagliaio, tom tom appeso al vetro, sciroppo per la tosse nella tasca della portiera assieme ad alcuni vecchi cd graffiati. Spotify con un piccolo microfono Bluetooth sai che ti salverà lungo il viaggio in solitaria.

Un giorno solo era trascorso e già avevano girato tra un sedile e l’altro: scatola di biscottini dietetici al gusto di mela e cannella, immancabile bottiglietta d’acqua, pochette dei trucchi alla mano, pillola anticoncezionale, fazzoletti di carta e sigaretta elettronica, quattro carica batterie, rossetto rosso, cellulari e auricolari, giubbottino leggero per le temperature di montagna, tabella dei contatti e agenda coi biglietti da visita che mano a mano di faceva più spessa. Tutto bene, non fosse che quando il primo cliente mi accompagnò all’auto per aiutarmi a riporre le tre scatole delle finestre e mise il naso dentro l’auto, mi resi conto che l’interno era arredato davvero tutto al femminile. Sorrisi.

Il Ticino: laghi, laghi, barche, auto sportive di lusso fuoristrada, la Svizzera è un posto strano. E’ un luogo da Club. Io non capivo l’accostamento tra le palme e i pini ma mi è arrivata chiara la sensazione di un luogo di mare anche se sei in montagna e la gente non è in vacanza; la gente anche in Svizzera lavora. Si respira proprio questa distanza tra i cosiddetti “frontalieri” e chi in Svizzera ci vive, altroché. Te lo dicono proprio: parti prime delle 16 altrimenti poi a Lugano ti trovi bloccato nel traffico dei frontalieri che rientrano. Corvette, Maserati, Lotus, tutti del Club; i punti vendita di finestre che ho visitato e gli uffici erano pure essi strani: un po’ in uno stato di semi trasloco, pulizie lasciate a metà, un frigorifero appena consegnato lasciato in entrata, qualcuno che si era appena trasferito: ne avrò visitato solo uno che era a tutti gli effetti “a posto” e in piena attività espositiva. C’era la bassottina nera della titolare, Rosa, col collare nero in pelle e piccoli ornamenti dorati.

Mi dice l’italiano che sta a Lugano da 15 anni: “Che poi quello che non sopporto di voi italiani è che vi fermate tutti nella zona del Ticino”, mi ripete lui (che sta a Lugano).

Quando al Sig. Polli (tocca riservare il cognome) cito l’Iran come meta di business, mi risponde tutto ritratto: “Che stiano là, quelli lì.

Non capisco bene, ma colloco al volo il Sig. Polli e consorte della Svizzera tedesca in un universo di riferimento che conosco di vista. Siccome sto lavorando, a quel punto proseguo con il mio discorso; ridono un bel po’ delle mie battute e me ne torno all’auto. Vendevano ferro battuto e qualche serramento a privati della zona.

Proseguo e il disordine nell’auto cambia di nuovo assetto: direzione tutto a nord! Per arrivare nella Svizzera francese, a Colombier, mi fermo strada facendo per trascorrere la notte in un delizioso hotel sul lago nella Svizzera tedesca: altro mondo ancora. In poche ore ero altrove: altra architettura, altra lingua, altro clima, altre fisonomie. Un Hotel che negli anni 80 doveva essere stato davvero di lusso e che oggi conservava ancora il suo fascino e la quiete incorrotta, sebbene gli ospiti fossero altrettanto invecchiati come lo erano le poltrone a panca della sala da pranzo vista lago. Ero arrivata con il diluvio e l’indomani ripartii con un bel sole alla volta del nord. A Colombier mi aspettava un signore appena andato in pensione e appena divorziato, di origine armena che di lì a poco avrebbe lasciato la Svizzera (a suo dire un “sanatorio”) e sarebbe tornato a vivere ad Istanbul. Come dire: i cambiamenti veri sono solo radicali e non vengono mai

uno per volta! Avevo portato con me la foto che mi avevano scattato in un antico cimitero in Armenia, vicino al lago di Sevan nel lontano 2005 per rompere il ghiaccio nel caso in cui ne avessi avuto bisogno. La stessa foto che citai qualche articolo fa.

Si diceva che entrambi avremmo voluto fare un viaggio in Anatolia, un giorno.

Insistette perché pranzassimo in casa sua; mentre aspettavamo che l’esperto di finestre ci chiamasse per comunicarci l’orario del nostro appuntamento, si mise a lavare i piatti. La moglie era anche lei armena; fumava molto – mi diceva. Era parecchio più giovane di lui. Sembrava lieto della libertà alla quale – disse – stava andando finalmente incontro. Da ora avrebbe potuto fare ciò che voleva, e non più ciò che doveva. Ci sono momenti che ti aprono gli occhi e spesso sono le esperienze altrui. Nel Club lui sembrava non esserci entrato mai davvero.

Adesso si parlava francese e l’architettura era cambiata di nuovo. In poche ore ero stata in paesi diversi.

La galleria del Gottardo è davvero lunga: accipicchia alla galleria e se poi ti fermi subito dopo in un paesino che si chiama Biasca e ci arrivi alle nove di sera, beh l’atmosfera diventa davvero un po’ soffocante.

La Svizzera in quattro giorni: laghi, monti, pini e palme, motori ruggenti e tappeti di erbetta soffice, tetti spioventi e chiesette rifugio in cima alle vette. Il Club al quale non sei iscritto, al quale non appartieni. Mi sarebbe piaciuto sapere quanti Km ho percorso in quei quattro giorni, così, giusto per curiosità.

Passata la Dogana e rientrata nel confine italiano, mi sentivo come essere uscita dal mondo che vedi dal trenino di Gardaland. La prima giostra a destra.

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Antonella De Bonis
Viaggia perché per lei è una necessità; è la cosa che le riesce meglio. Aveva iniziato a lavorare nell’ambito degli interventi umanitari ed è finita a sviluppare business con l’estero. Malgrado questo, non ha perso la sua, di umanità.