La voce di una troiana: non solo nobili - Marvis LabL
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© Antonella De Bonis

Lavoravo ai filari di tele. Lavoravamo l’arzica (giallo, ricavato dall’erba Gualda), il verde vescica (estratto dalle bacche del Pruno nero), la lacca di garanza (rosso, estratto dalle radici della Rubia tinctorum), la lacca di Ramno (estratta dalle bacche del Ramno), il nero di vite (ottenuto bruciando tralci di vite).

Mi piaceva perché sebbene fossimo in poche a lavorare fuori casa e non facesse di noi donne di corte, insomma, io stavo bene assieme alle altre e, credo che, in fondo, fossi più libera così.

Osservavo molte donne camminare per la strada tenendo la testa bassa, oppure le vedevo uscire solo a fianco del marito, mai da sola. Altre erano più disinvolte ma comunque avevano attraversato il passaggio da figlie del padre a mogli.

A me piaceva non essere moglie e lavorare assieme ad altre non mogli.

In particolare c’era un’altra donna con la quale avevo un’amicizia profonda; dopo l’arrivo del cavallo, quell’alba tremenda, non l’ho più vista. Non so che fine abbia fatto e questo mi tormenta ogni giorno da allora. Se almeno ci fosse lei...

Mia madre, la quale mi ha trasmesso il mestiere e le conoscenze sulle piante e i colori, morì 7 anni fa – credo. Di certo durante gli anni della guerra che, del resto furono molti. Io dovevo avere all’incirca 17 anni. Avevo un fratello maggiore ma lui morì molto prima, in battaglia.

Tutto è distrutto. Dei filatoi non sono rimaste che le fondamenta e solo i resti delle vasche nelle quali lavoravamo la colorazione delle tele.

Ancora ricordo l’odore delle piante, dei colori, le nostre risa. Più forti, però, sono nelle mie orecchie gli echi delle grida che sono venute poi.

Le dita delle mie mani, sempre raggrinzite per i lunghi bagni e il colore sotto le unghie: tutto sparito. Non le vedo nemmeno più, le mie mani. Mi piaceva andare alla spiaggia. Mi piaceva il profumo del brodo caldo la sera e il sapore del latte delle nostre capre. Le feste sacre, il vino quando c’era. A quel tempo, gli animali da cortile circolavano liberi e fuggivano al passare dei cavalli dei nobili. La vita dentro le mura del nostro regno era fatta di pace e di gioia. E la mia, a me, piaceva molto.

Oggi quei nobili sono morti per difendere la nostra città; le principesse sono prede nelle mani dei vincitori con quelle bocche bavose e mani viscide, le avvicinano a loro, trascinano. Io ero libera quando lavoravo al filare, forse più di altre donne del popolo. Oggi siamo tutte uguali: siamo tutte sottomesse.

Oggi, dentro le nostre mura distrutte, siamo tutte assieme senza più titoli, umiliate, schiave senza più speranza. La regina Ecuba è ora qui, vicino a me: distrutta nel suo dolore, tormentata da questo presente di distruzione e schiavitù, lei mantiene ancora la sua saggezza regale. Ma Cassandra sembra impazzita: dice di essere felice di andare in sposa ad un greco, un Re. Ride? Balla! Mi fa paura

Moriremo tutti: non ci saranno vinti.

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Antonella De Bonis
Viaggia perché per lei è una necessità; è la cosa che le riesce meglio. Aveva iniziato a lavorare nell’ambito degli interventi umanitari ed è finita a sviluppare business con l’estero. Malgrado questo, non ha perso la sua, di umanità.