L'ottavo pezzo - Marvis LabL
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Cara Veronica, non so com’è che mi rivolgo a te. Come se ti scrivessi delle lettere. Non so perché lo faccio. È da un po’ che lo faccio e non so il perché. È venuto così, come vengono le cose quando uno non ci sta a pensare, le fa e basta, e dopo un po’ che le fa si accorge che le fa diverse da come le faceva prima. Come se ti scrivessi da un posto molto lontano. O come se tu fossi lontana e io ti scrivessi da casa per dirti cara Veronica, qui tutto bene, oggi ho fatto questo, domani farò quello, oggi ho pensato quest’altro. Come se volessi trasmetterti un messaggio tranquillizzante, che qui tutto bene, tutto come sempre, niente nuove buone nuove, come se volessi fare arrivare questo messaggio pacifico laggiù dove sei tu, lontana, in viaggio per lavoro o per piacere, o per entrambi, e questo messaggio lo invierei per rassicurarti, per toglierti il pensiero, per dirti resta pure in viaggio, non tornare più, non pensare a me, solo che così facendo otterrei l’effetto opposto, sarebbe come se ti dicessi torna presto, non vedo l’ora che torni, spero che mi pensi come io ti penso, mi manchi.

E invece siamo tutti e due qui a guardare dei film.

L’ottavo film di cui voglio parlare è Nutrire la buca. Non si intitola Nutrire la buca, ovviamente, ma il titolo vero non me lo ricordo, mi ricordo solo Gary Oldman che fa il gestore di una tavola calda nel deserto, o benzinaio, o gestore di una tavola calda con annesse pompe di benzina, nel deserto, e non arriva mai nessuno, e lui sta lì da solo, fuma, suda, pensa a nutrire la buca. La buca è un buco che ha scavato in giardino. Dentro ci mette dei soldi. Ci mette sempre più soldi e non pensa a nient’altro tranne che nutrire la buca con altri soldi. Poi non ci compra niente, con quei soldi, e fa dei debiti con degli strozzini per avere altri soldi da mettere nella buca. E c’è la sua voce fuoricampo che dice “nutrire la buca, nutrire la buca”. Poi ci sono dei flashback in cui si vede Gary Oldman prima che diventasse gestore di tavola calda, o benzinaio, quando era uno sbirro e girava in giacca e cravatta, sbarbato, e non fumava, e aveva appena scavato la buca e non aveva ancora pensato a nutrirla. Poi, dice la voce fuoricampo, aveva iniziato a pensare queste parole: “nutrire la buca”. E aveva cominciato a metterci dentro i soldi ecc., fino a fare molti debiti con gente poco raccomandabile e finire nel deserto e perdere la famiglia ed essere roso dall’ansia e dal timore degli strozzini e dalla preoccupazione costante di nutrire la buca.

Cara Veronica, mi sento un po’ così, in questi giorni, come se stessi nutrendo la buca. Ma non sto nutrendo nessuna buca, tu lo vedi bene. Stiamo sempre insieme. Come potrei scavare una buca stando sempre qui, coi tuoi cavi ficcati dentro? Eppure la sensazione è quella: nutrire la buca. Ma quale buca?
E nutrirla con cosa?
Tu puoi dirmelo?

Immagine: Anton Repponen

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Antonio Koch
Antonio Koch è nato a Bologna e scrive cose. Alcune di queste le legge in pubblico, altre le legge a mente, altre le dice in pubblico ma non le scrive, altre ancora le pensa e poi se le dimentica senza averle nè scritte nè dette. Non è uno pseudonimo. E' un tipo tranquillo. Un giorno morirà.