Colorazione a ripetere - Marvis LabL
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La mia famiglia, Saudaggi, è composta da mamma, papà e mio fratello Liutprando, più grande di cinque anni, che però mi sta alla larga. Dice che soffro di flatulenza. È bugiardo. In realtà, tutte le mie azioni sono sempre passate inosservate. A scuola le maestre non conoscevano i miei genitori. Mamma e papà a ogni mia richiesta, per quanto rara o tra le più semplici, mi rispondevano indifferentemente – Sì, Allegra oppure – No, Allegra. A volte la domanda alla quale avevano risposto – Sì, Allegra – diventava un – No –, avevamo detto no, Allegra, non hai memoria, cara.

Il momento più tragico era però il pranzo di Natale, quello durante il quale ogni bambino recita la poesia prima di iniziare a mangiare.

Io mi preparavo con le gote tra il rosa e il grigio cadetto, con il foglietto in mano: “Cara famiglia, in questo giorno di Natività siamo qui tutti riuniti per dire a …”. Come ogni anno, esattamente dopo la prima riga e prima dell’a capo mia madre si alzava, andava verso il vassoio al centro della tavola, infilzava un pezzo di tacchino da servire a Liutprando e diceva:

– Vuoi l’intingolo, Prando?

– Ok, mamma – rispondeva spavaldo, continuando ad appallottolare una massa di mollica tirata fuori dalla baguette.

Così ogni mattina sullo scuolabus da sola e prima che le portiere si chiudessero, salutavo le madri degli altri bambini dal finestrino e all’uscita correvo incontro a tutti i genitori, per poi deviare velocemente scansandoli all’ultimo minuto.

Sarà forse per questo che si sparse la fama – la piccola Allegra Saudaggi è una bambina dal comportamento ineccepibile, eh, una famiglia alle spalle, quella famiglia ha gli antenati, addirittura!

Poi dai nove anni in poi accadde qualcosa. Mentre passeggiavo contando le piastrelle del corridoio, sentii una frase – Eh, ma non è sciocca, ha solo una vivacità blu, non di più –. Mia madre parlava di me, per la prima volta a Tristan, mio padre.

Sono corsa subito subito allo specchio cercando di ridere il più possibile, a bocca spalancata, con la testa reclinata, anche con le mani strette sullo stomaco, ma non appariva niente di blu.

Presi i pastelli dalla cartella per colorare lo specchio con un azzurrino e ho cominciato a vedermi vivace, poi il tavolo cobalto, e gli orli delle tende tutte celesti.

Arrivo in camera di Liutprando; poi la sala da lettura di mio padre diventò il cielo di Michelangelo, i tegami si arrendevano al blu pavone e le maniglie diventavano acquamarina.

 

La mia famiglia correva da una stanza all’altra, Liutprando con i polsini inchiostrati, Tristan che chiamava a voce alta – Claretta! Claretta, guarda!

Avevo nove anni, sentivo finalmente di esistere, mi sembrava anche di avere un futuro ma poi loro dissero – Sì, Allegra –.

Da quel momento sono stata inarrestabile, coloravo i cancelli, le linee di mezzeria, dipingevo i fiori gialli di blu e quelli blu di giallo. Una volta, con gli acquerelli ho tinto alcune ciocche della maestra di francese che mi portò immediatamente nella stanza del Direttore urlando – la ragazzina … questa qui, questa ragazzina … – strattonandomi avanti e indietro, a destra e a sinistra.

Così a quattordici decisi di iscrivermi al Liceo Artistico.

Partita con una piccola valigia verde marcio per trasferirmi in un appartamentino al centro della città, insieme a due ragazze, ex novizie che avevano deciso di lasciare la missione per cantare per strada alcune lodi imparate in convento.

Una di loro, Mariella, che indossava sempre maglie di flanella tra il marrone bruciato e il beige, mi raccontò che iniziarono a pensare all’incontro tra l’arte di strada e Dio, quando trovarono distorto il suono delle loro voci nella cappella.

– E poi c’erano sempre gli stessi spettatori – aggiungeva Anna, mentre si limava le unghie.

 

Furono anni che passarono come passano gli anni, in un equilibrio apparente, tra il verde di certe carte da parati o forse il bordeaux intenso dell’uva, ecco, passarono con le lezioni pomeridiane sulla forma e la materia e qualche visita a casa per l’incontro con i miei familiari.

Quando suonavo alla porta di casa, riuscivo a sentire distintamente l’eccitazione vermiglia di mia madre e i tacchetti delle sue ciabatte che scendevano velocemente le scale tra il primo piano e il pianterreno. Apriva la porta.

– Ah, sì Allegra –, poi girandosi verso la tromba delle scale diceva a mio padre –Eh no, Tristan, non è Prando –.

 

Mio fratello Liutprando, dopo aver completato il servizio di leva, aveva intrapreso la carriera militare, per la gioia di mamma che mostrava le sue fotografie a tutto il vicinato (Liutprando a cavallo, Liutprando davanti a una macchina da scrivere, mezza testa di Liutprando che sporgeva da dietro la persona del Comandante). Fu forse per mantenere loro l’effetto sorpresa che imparai a scampanellare in centinaia di modi diversi.

Le mie giornate continuarono così per qualche anno, fino a quando non decisi di svoltare, di dare un contributo alla società.

Mi trovai davanti due scelte, o colorare la nebbia o colorare l’infanzia.

,narrativa

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Rosamaria Caputi
Rosamaria Caputi, catanese-ripostese. Vive a Roma. Attrice di prosa, diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Umberto Spadaro del Teatro Stabile di Catania. Ha studiato Critica teatrale e cinematografica al Dams di Roma. Ha pubblicato poesie, scrive per il teatro e anche ”,Narrativa”.