Non è sempre colpa di Stendhal - Marvis LabL
Il quarto pezzo
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Il quinto pezzo
8 febbraio 2017
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–Non c’è niente di peggio che restare incastrati tra i pensieri terziari– questo dicevo, con aria di commiserazione alle lenzuola bianche, con le braccia aperte e i polsi rigidi, raccattando le mollette.

È che non ho chiaro il motivo per cui Lorenzo mi imponga tre giorni di pausa di riflessione, per ricaricarci le pile –dice–.
Non ho mai creduto alle pause di riflessione, però tra le amiche facciamo tanto le profonde e ce lo diciamo serie serie, fingendo di credere una all’altra.
–Sai, Marco sta vivendo un momento tremendo, mi ha chiesto una pausa di riflessione, ma io lo capis–.
Ci si guarda fitte fitte in quel momento, sforzandoci di fare inumidire gli occhi per la povera amica, sempre con il dovuto rispetto verso Marco o chi, che sta vivendo un momento tremendo. Insomma, facciamo a turno.
E ora è il mio. Le mie amiche con gli occhi strizzati, Lorenzo un martire, io profonda, che non credo a niente, ma resto composta, persino afflitta.

Il giorno dopo, sento di essere in forma, invece.
Il fatto di svegliarmi facendo dei disegnini a carboncino nell’aria che raffigurano i buoni principi dell’essere umano, una decina circa, appena sfumati con un lievissimo chiaroscuro, mi convince che non ho motivo di restare in casa e che imbambolata isolata non è una buona idea.
Mi sento energica, piena di vita, mi sento dritta a partire dal collo, coi piedi ben piantati.
Incurante del vento, finisco di raccogliere il bucato e comincio a passeggiare sul terrazzo, conversando con la federa a voce modulata –non c’è posto per i pensieri terziari in questo mondo, mi capisci? È nella mescolanza che perdiamo il senso primitivo delle nostre azioni. Tu bianchissima, ti osservo da lontano, bianchissima, penetrata dalla luce in diagonale del sole e quelle pinze di un arancio non deciso, di un giallo non deciso, ma anche l’assenza di un vero contrasto, tutto questo rende i pensieri inevitabilmente terziari, inesorabilmente sarebbe il termine esatto–.
Lei mi ascolta, la federa. Profonda.
Scendo le scale verso l’appartamento, piegandola piano, quasi accarezzandola, come una madre accudente e comprensiva, poi stirandola forte sui bordi come farebbe una madre decisa, una madre che consiglia che indica la via.

Alle venti in punto, vado verso il portone del “Mignon”, una piccola sala giochi a due isolati da casa.
Quando Fabio, il gestore, mi riconosce, fa un cenno significativo al buttafuori –tienila d’occhio quella, è in pausa riflessione, se vede a un mijo –.
L’ultima volta che mi avevano vista durante queste pause, ero finita sdraiata al centro della sala, completamente ricoperta da un sacco di monete che avevo chiesto in prestito ai giocatori presenti. Mi muovevo lentamente, rotolando, facendo attenzione a non riemergere con nessuna parte del corpo.

Quando mi dissero –Allegra, alzati!– ubbidii subito, facendo schizzare le monetine dappertutto e continuando a ripetere che tutti erano stati testimoni oculari dell’esperimento –anche i piccoli frammenti variopinti possono diventare un’onda increspata che non sente la mancanza, cinque sul rouge! –tre sul noir!– 10 sul noir! – e continuavo ad ascoltare, oscillando sempre più velocemente, roteando la testa prima piano, poi sempre più rapida, creando un vortice che mi fece inghiottire dal maglioncino dolcevita scarlatto. –100 sul noir!–.
Fu in quel momento che mi bloccai e sbucai fuori dal collo del pullover, aprendo gli occhi e, indicando col dito i giocatori, mi misi a calcolare quanti erano i rossi, quelli con l’animo coagulato di rabbia ferma e densa, quanti i neri che sostituivano le idee con inutili illazioni, prese di posizione bidimensionali, senza il minimo senso della prospettiva.
Mi alzai lenta, fissando Fabio, immobile, quasi ipnotizzato: –Né noir né rouge!– dico–.
–La verità, ora lo so, sta nello Zero!–
Poi ho tossito una volta, poi anche dopo, una seconda.

Avevo una lettera nella tasca del cappotto:
“13 giugno Cara Allegra ho fatto un brutto sogno, ma non è il momento di raccontartelo.
Posso però accennarti che eravamo in un paese disabitato.
C’erano i muri imbrattati di Ics gigantesche.
Forse un’improvvisa deflagrazione. Carla.”
Così, sono tornata a casa.

Siamo al secondo giorno di pausa di riflessione (Allegra VS Lorenzo)

 

,narrativa

 

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Rosamaria Caputi
Rosamaria Caputi, catanese-ripostese. Vive a Roma. Attrice di prosa, diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Umberto Spadaro del Teatro Stabile di Catania. Ha studiato Critica teatrale e cinematografica al Dams di Roma. Ha pubblicato poesie, scrive per il teatro e anche ”,Narrativa”.