Occhio non vede cuore non duole - Marvis LabL
Frammenti di note – Iran #1
18 maggio 2016
La sottrazione di molte cose
26 maggio 2016
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Quelle cose che te le hanno insegnate le zie, se non hai le nonne, oppure le nonne, se le hai, perché zittirebbero le zie, dicendo -sì, tu che parli a fare? Sei ancora qua a casa e il papà non è eterno e la mamma non è nemmeno lei eterna- anche se in realtà la nonna dice che gli sopravviverà, al nonno, e aggiunge che certo le dispiace sopravvivergli, ma se lui ha tre anni in più e se l’età ha un senso, morirà prima di lei, per quanto questa cosa la avvilisca abbastanza. È la natura che è maligna e lei non può farci niente.

Queste cose, sì, me le insegna più la nonna che la zia, o forse no, me le insegnano tutte e due in modo diverso. La nonna me le dice col tono di – si chiude una porta, ma si apre un portone- con la desinenza di portone regalata all’enfasi -portooone!-. La zia me le fa capire, mentre mi chiude nella sua cameretta da signorina attempata e sceglie la collana che va bene con il maglioncino bordeaux. Distratta, –tra queste qua, quale mi metto?- facendone ciondolare tre dal polso.

Eh, ma io sono in ansia, col cellulare in mano -le perline gialle illuminano, zia-. e le indico quella del suo ultimo viaggio in Perù.

La colpa è tutta di Lorenzo, dell’assenza di Lorenzo, anzi della finta assenza di Lorenzo. L’ho conosciuto sei mesi fa su Facebook. Qualche giro di chat, qualche giro di messaggini e ci siamo incontrati. -Diobono se sei timido- gli volevo dire, mentre passeggiavamo e lui guardava la punta delle sue scarpe, senza alzare mai gli occhi verso di me -diobono non starai tre ore così, imbambolato- gli volevo dire. Ma di timido, Lorenzo, ha ben poco e una settimana dopo stavamo già a casa sua, nudi e beati con la finestra socchiusa a dirci quanto ci eravamo aspettati nella vita e che al destino bisogna crederci.

Lorenzo è il mio fidanzato, ora, sì, da sei mesi. Ci sentiamo ogni giorno. Alle 7,00 mi scrive “buongiorno amore” su whatsapp, verso le 13 “buon pranzo amore” su whatsapp, alle 17,00 “sono stanco, ci sentiamo più tardi ti chiamo” su whatsapp. Alle 21,00 mi chiama con facetime, alle 22,00 mi posta una canzone sul mio diario di facebook, a mezzanotte “buonanotte amore” su whatsapp.

È una felicità scandita, la mia, una felicità alla quale è impossibile rinunciare, per questo prima di andare a letto controllo se pc e cellulare sono in carica e posso dormire.

Sono le 7,07 del 15 gennaio, guardo il telefono. Nessun messaggio nuovo. Accendo il computer, nessun messaggio nuovo in chat. Come mai alle 7,07 non mi manda il messaggio del buongiorno, che poi ora sono già le 7,10.

E già che ieri era strano, era pallido, più che pallido quasi cianotico, le occhiaie. Poi saranno due settimane che mi sembra sottopeso, col ventre incavato, i pettorali sproporzionati, almeno rispetto al ventre. È da settimane che vorrei dirgli che sta diventando concavo. Era pallidissimo. Magro. Concavo. Occhiaie. Oddio.

Ho capito. Forse è morto.

E però, cazzo, uno muore così? Senza dirmelo? Senza toccarmi per l’ultima volta? Senza una carezza, un abbraccio, un poke? Come se Dio non esistesse? Mi ha nascosto che sarebbe morto, questo è imperdonabile. Io lo avrei aiutato, sorretto, lo avrei curato, avrei cercato su google la farmacia di turno, avrei parlato serenamente per ore coi signori del 118, ho la tariffa relax, lo sapeva. E invece mi muore così, senza una parola, senza anche solo un’icona.

C’è da dire, però, ora che ci penso, che faceva strane letture. Comprava dei fogli di carta rettangolari in bianco e nero, enormi. Mi ha detto –è il quotidiano-. Sono tornata in quel chiosco dove compro i biglietti dell’Atac e chiedo alla tipa -salve, senta, ieri è venuto un ragazzo, alto, magro, molto pallido, quasi concavo, cioè coi pettorali ma smagrito verso il ventre, quasi cianotico. Le ha chiesto di dargli dei fogli rettangolari, di colore poco vivace, lui li chiama “Il quotidiano”, non è che ne avrebbe uno di “il quotidiano”?–

Me ne ha fatti vedere tanti, tutti piegati in quattro e mi ha detto -scelga-. Là per là mi è venuta l’angoscia, perché erano tutti uguali, ho provato a leggere, tutti uguali, qualche parola messa prima, qualche altra dopo, ma il succo era quello. Ho preso l’ultimo sotto che almeno era più stirato.

“Terremoto bancario”. No, sotto casa sua c’è un’officina, fa il bancomat che è lontanissimo. “Madonna di Medjugorje guarisce cieco”. No, non è lui, mi toglieva le sopracciglia senza occhiali, anche i peletti più fini. “Speciale su Hitler, il corridoio di Danzica, Polonia”, eccolo qua, eccolo qua, che l’ho fregato, Danzica, eccolo che t’ho fregato, le chat line con le polacche zoccole, bravo, ma ci sarà il numero di questa Danzica, lo trovo eh, io posso telefonare all’estero con la mia tariffa, ora ci parlo io con Danzica.

Sono le 10,20, niente. La zia ha scelto la collana d’ambra, che sfigata. Lorenzo, Lorenzo, quello magari sarà al telefono con la polacca, ma ora mi sente. Ora gli scrivo senza mezzi termini, sempre essere chiari: “Lorenzo, inutile fingerci addosso, so tutto di te e di Danzica”.

Respiro, respiro, respiro.

Due spunte azzurre… ha visualizzato! Merda, lo sapevo che non era morto.

,narrativa

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Rosamaria Caputi
Rosamaria Caputi, catanese-ripostese. Vive a Roma. Attrice di prosa, diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Umberto Spadaro del Teatro Stabile di Catania. Ha studiato Critica teatrale e cinematografica al Dams di Roma. Ha pubblicato poesie, scrive per il teatro e anche ”,Narrativa”.